La Grotta degli Schiavi di Ancona

Leggendo ed analizzando miti e leggende sorte attorno al Monte Conero, c’è da chiedersi se in esse siano contenute informazioni che corrispondono alla storia del luogo. Ad esempio c’è una leggenda sulla Grotta degli Schiavi, il cui nome è fortemente evocativo dal punto di vista storico. Essa viene ben descritta dal prof. Francesco De Bosis che le dedicò una breve monografia chiamata “La grotta degli schiavi”.

Grotta degli Schiavi in un disegno di Alberto Recanatini del 1996
(http://www.coninfacciaunpodisole.it/aree-protette/83-parco-conero/541-8-leggende-del-monte-conero)

La Grotta degli Schiavi era una grotta naturale, scavata nei fianchi del Conero dalle onde del mare, che ivi è quasi sempre tempestoso, lunga circa 70 metri, nella quale la luce andava gradatamente perdendosi tra i massi variopinti e tra le pareti tappezzate da muschi e licheni, fecondata da acque stillanti dall’ alto, e spesso lascianti tracce ferruginose.

Aveva due aperture, da una delle quali, la principale, si poteva entrare per mezzo della barchetta, finché, dopo circa 20 metri, il suolo si alzava formando una spiaggia – così descrive il De Bosis una vasta ed elevata sala – dove immetteva ancora il secondo ingresso. Aveva il suolo coperto tutto di ghiaia e di ciottoli, e sparso di massi: le pareti scabre e piene di prominenze, la volta maestosa ed ineguale, dalla quale stillavano a goccia a goccia le acque filtrate. In fondo alla sala la volta si abbassava, le pareti si avvicinavano, il suolo a mano a mano s’innalzavano, la direzione serpeggiava e così le dimensioni si facevano sempre più anguste fino al termine.1

Avvolta dal mistero è sicuramente esistita fino ai primi anni ’30, periodo in cui venne occlusa da una frana provocata probabilmente dalle esplosioni causate dai lavori dei cavatori di pietra.

Ancora prima la grotta sembra sia stata utilizzata dai Romani per cavare il materiale per la costruzione di alcuni monumenti di Ancona. All’interno alcune iscrizioni di epoca romana rafforzano questa ipotesi.

Non conoscendo la vera origine del nome possiamo riportare la leggenda più accreditata che racconta come la grotta venisse utilizzata come rifugio dai pirati schiavoni (provenienti dai Balcani), che imperversavano in quel tratto del mare Adriatico. Prima di andare avanti riportiamo la leggenda descritta nel blog “Con in faccia un po’ di sole” 2

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Nella notte buia una nave corsara filava lungo la costa adriatica. In silenzio ed a lumi spenti la nave doppiò il promontorio roccioso del Monte Conero, a picco sul mare, e subito risuonò a bordo il comando: “Accosta!”. Nella parete rocciosa si apriva, a livello dell’acqua, una grande grotta: la nave corsara accostò all’apertura e finalmente a bordo si accesero le luci. Sulle acque cupe si riflettevano i raggi delle lanterne…

Nel fondo della grotta affiorava uno scoglio verso il quale i pirati si diressero con le barche. Tutti scesero a terra, scaricando casse, sacchi, vasellame: un grande bottino conquistato assalendo una galea veneta.

Sulla nave c’era una fanciulla bellissima: aveva gli occhi pieni di lacrime. Si trattava di una principessa, figlia di uno dei più potenti signori veneti: stava tornando da un viaggio in Terra Santa, quando la sua nave, appena entrata nell’Adriatico, era stata assalita dai Saraceni. I suoi marinai erano tutti morti e la nave era stata affondata; lei sola, la bella principessa, era stata condotta nel rifugio segreto.

“Eccoci arrivati” disse il capo corsaro, dopo che la prigioniera ebbe messo piede sullo scoglio. “Nessuno ti farà del male. Quando tuo padre avrà pagato il riscatto ti lasceremo libera. Altrimenti sarai mia schiava”. Nella grotta, dove solo un leggero variare di luci mostrava l’alternarsi del giorno e della notte, cominciò la strana vita della bella principessa.

Tutti erano rispettosi: essa valeva tanto oro quanto pesava. Il tempo passava lentamente; più volte i corsari erano tornati portando altro bottino. Cento altre galee venete erano cadute nelle loro mani, ma i Saraceni mandati a Venezia a trattare col Principe per il riscatto, non erano ancora tornati. Forse li aveva travolti una tempesta, forse erano stati a loro volta attaccati, forse…

Ad ogni cambiare di luce che annunciava un giorno nuovo la fanciulla apriva il cuore alla speranza e, quando le onde che battevano contro lo scoglio diventavano nere per l’oscurità, la speranza si perdeva nella notte. E le lacrime ricominciavano a scorrere sul suo volto.

Una mattina il capo corsaro le disse: “Oramai il riscatto non arriverà più. Sai quale sorte ti aspetta”.

“Sì, lo so” rispose la fanciulla “e so che hai aspettato molto e che sei stato sempre buono con me”. Il corsaro la guardò stupito e confuso: non era cosa solita che le prigioniere fossero così gentili con i loro rapitori.

“Bene” disse burbero “domattina vedremo cosa fare di te”.

Come al solito la fanciulla rimase sola sullo scoglio, ma quel giorno pianse tanto da sentirsi fondere nel suo stesso pianto…

La mattina il capo corsaro salì sullo scoglio e invano cercò la sua prigioniera: la bella principessa era sparita. Ma al posto dove abitualmente stava seduta c’era una piccola sorgente chiara che sgorgava dalla roccia e si versava nell’acqua di mare.

Il capo corsaro vi immerse la mano e la portò alla bocca; era una acqua fresca e dolcissima, una vera fortuna per gli abitanti della grotta dove entrava soltanto un lembo dell’amarissimo Adriatico.

Il capo corsaro si inginocchiò vicino alla fonte; quell’acqua dolce e pura avrebbe ricordato per sempre la bella principessa che si era consumata per la tristezza e per la nostalgia.


Il mito, quindi, racconta di come i pirati utilizzassero anche la grotta per nascondervi i prigionieri, i quali venivano incatenati ad anelli posti nella roccia. Questi anelli sarebbero ancora visibili nella grotta, qualora si riuscisse a ritrovarne l’ingresso e a liberarlo dalla frana. In tal senso, una leggenda narra di una principessa rapita dai pirati, nascosta nella grotta e mai liberata, le cui lacrime avrebbero originato una sorgente all’interno della grotta stessa.

Non mancano altre leggende come quella che racconta di come la grotta altro non sarebbe se non la stanza del tesoro in fondo al famigerato Buco del Diavolo sul Monte Conero; un’altra, ancora più singolare, vedrebbe infine come protagonista una perfida Sirena, che attirava con il suo canto i marinai fin dentro alla grotta per ridurli in schiavitù. Alleato della Sirena era un Demone che sarà poi sconfitto e trasformato in roccia, la quale spaccandosi in due parti, genererà lo scoglio delle Due Sorelle.

Bibliografia

1prof. Francesco De Bosis “La Grotta degli Schiavi” vol. III degli Atti della Società italiana di Scienze naturali –  Milano, Bernardini, 1861

Sitografia

2http://www.coninfacciaunpodisole.it/

https://www.rivieradelconero.tv/news/82/la-grotta-degli-schiavi-miti-e-leggende-del-monte-conero.aspx

https://riviera-del-conero.blogspot.com/2010/09/la-grotta-degli-schiavi.html

http://www.coninfacciaunpodisole.it/aree-protette/83-parco-conero/541-8-leggende-del-monte-conero

Immagine tratta dal blog

http://www.coninfacciaunpodisole.it/aree-protette/83-parco-conero/541-8-leggende-del-monte-conero

Scritto da:
Amedeo B., classe 2^ C

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