La scuola speciale

Ci sono incognite da attraversare, anche per un bambino. Tempi di precarietà, di perdita dei riferimenti e di certezze, o semplicemente perdita della non così brutta normalità. Così l ‘8 marzo 2021 la scuola del 1° ciclo ha subito una brusca frenata in corsa. Tutti giù dal treno!

Ma maestra domani la scuola sarà chiusa? Perché? Quando torneremo?

Questa volta all’interrogazione incalzante dei bambini era la maestra a trovarsi impreparata e tentava solo di rassicurare l’equipaggio proprio come una hostess sorridente prima dello schianto!

Sabato il brulicare solito di ragazzini. Lunedì il deserto, uno sconosciuto e inquietante silenzio e un senso di vuoto aleggiavano tra le aule ora troppo grandi. Un sentore di smarrimento si leggeva negli occhi che spuntavano dalle mascherine dei pochi bambini che potevano entrare. E ogni mattina entravano in punta di piedi, spaesati e senza parole da dire, combattuti tra la speranza di veder spuntare dall’entrata una (mezza) faccia familiare e la rassegnazione di affacciarsi nella loro aula e non trovare più la loro classe, i loro amici, il loro piccolo grande mondo fino ad allora conosciuto.  Come dentro ad un incantesimo che cristallizza il tempo e fa scomparire tutto in una bolla di sapone… Una magia che tramuta persone in carne ed ossa in omini piatti, che si muovono a scatti imprigionati dentro a un computer. Il mio alunno speciale guardando i compagni alla Lim diceva che sembravano fantasmi e ogni mattina mi attendeva lo stesso ritornello, ripetitivo e malinconico come le note del fado che fa tremare il cuore. Ogni giorno dovevo raccogliere questa domanda di senso e cercare un senso in ciò che restava: – Ma la classe è abbandonata! Ma domani sarà ancora abbandonata?! – Lui e pochi altri bambini si cercavano come i sopravvissuti ad un naufragio cercano tracce umane in un’isola deserta. Era questione di sopravvivenza della specie bambini. E a noi maestre? …ci siamo svegliate un giorno come un altro e, recandoci a scuola, come il maestro Benigni e il bidello Troisi, ci siamo ritrovate in un’altra epoca, prima della legge 517 del 1977 sull’integrazione, trasferite in scuole speciali popolate da alunni H e BES o per meglio dire “the BESt” e “Heroes”. E qui ognuna dentro di sé, anche inconsapevolmente, ha deciso se reagire o adeguarsi alla situazione di stallo, o peggio di possibile regressione a cui i nostri alunni rischiavano di andare incontro, privati del contesto classe, che non è per nulla un contorno al lavoro individualizzato. La relazione con la classe, anzi con l’ambiente scuola, è il mare dove il bambino impara a nuotare prima di tuffarsi nell’oceano del mondo dei grandi. Al contrario si allevano pesci che guardano il mondo dalla loro boccia di vetro senza andare mai oltre.

Ma da un problema… un’opportunità. Avevo in sospeso un progetto scolastico ideato da me e da altre docenti della scuola primaria “Lorenzo Lotto” che abbiamo chiamato: “Giochi di ieri e di oggi” e che prevedeva la realizzazione di giochi di movimento, dalla tradizionale campana alla scacchiera multiuso (per scacchi vivente, coding ecc) pitturati nel cortile della scuola insieme ai bambini, per essere fruiti poi dai bambini stessi. Questa idea era nata da un’esigenza creata dalla pandemia in corso, quella di sfruttare come mai prima d’ora gli spazi aperti non solo per i momenti di svago ma anche di didattica, in particolare per l’educazione motoria. Proprio nel mese di marzo avremmo dovuto iniziare i lavori, ma in questa situazione di precarietà e d’emergenza era tutto fermo e non avevamo a disposizione il materiale che il comune di Recanati si era impegnato di acquistare. Tuttavia una voce mi diceva che questa era l’occasione migliore per darci da fare: il cortile era quasi vuoto, i ragazzini si sentivano soli e demotivati. Avere un impegno, un obiettivo comune, un’occasione di incontro sarebbe stata una buona opportunità per dare senso a questo periodo, riempire il vuoto e riaccendere l’entusiasmo. Il tempo era poco prima di Pasqua, il lavoro immane e, cosa non secondaria, non avevo nessuna esperienza in questo campo, ma soprattutto bisognava ancora ordinare il materiale… ma l’importante non era portare a termine l’obiettivo ma cominciare. O meglio ricominciare. Una nuova scuola, un nuovo inizio e magari qualche pennellata di colore avrebbe ravvivato persino il periodo grigio che stavamo vivendo. Così abbiamo sognato e iniziato a realizzare una scuola da vivere, da colorare, da condividere e migliorare per chi non poteva ancora entrare, ma che noi aspettavamo non a braccia conserte ma operose. Così, il geometra del comune Marco Magnaterra, che ha creduto in questo progetto, è riuscito a ordinare il materiale necessario, pur da un letto, il giorno prima di essere ricoverato ed operato. Lo ringraziamo davvero di cuore. Come ringrazio le maestre, i bidelli e le assistenti, che hanno collaborato e soprattutto i bambini che, come pensavo, sono stati entusiasti di mettersi all’opera. La mattina era la prima cosa che chiedevano quando entravo a scuola: – Oggi pitturiamo? – E ritagliavano sagome con pazienza e con ancora più entusiasmo pulivano tutto il cortile armati di scope. Ho visto bambini cambiare atteggiamento, dalla passività al coinvolgimento e dall’oppositività alla collaborazione, li ho visti interagire e fare nuove amicizie. Li ho visti sorridere… anche sotto la mascherina. Certo, sei giorni sono stati pochi…ma intensi! Abbiamo portando a termine solo un gioco: la campana e metà scacchiera. E domani si torna a scuola, con tutta la ciurma e si riprende tutti insieme questa sfida. Non vedo l’ora di vedere le facce dei bambini che usciranno in cortile, e vorrei che per una volta i bambini BES e disabili si sentano abili, capaci di aver fatto qualcosa di bello per i loro compagni. Si sentano ‘speciali’ non come sinonimo addolcito di ‘diversi’ e bisognosi di supporto ma come ‘speciali’ e basta: come possessori di talenti e di voglia di fare e di vivere. Tra tanti progetti che si propinano a scuola il più grande progetto in corso è la scuola stessa, quando si fa scuola non di concetti ma di vita.

Scritto da:
Cristina Offidani

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