Don Lorenzo Milani e l’esilio di Barbiana

 Sabato 23 marzo gli studenti delle scuole superiori di Recanati si sono recati all’Aula Magna del Comune di Recanati per partecipare alla presentazione del libro “Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana” da parte di Sandra Gesualdi, introdotta da Sandro Rossi, presidente regionale della CISL, e Marco Moroni, presidente del Circolo Acli Don Milani di Recanati.

Don Lorenzo Milani nacque nel 1923 a Firenze, in una delle famiglie più importanti della città, una famiglia molto agiata e colta di studiosi e docenti universitari. Fin da piccolo era stato educato ed occupato nello studio senza pensare alla fede, ma già da allora, come spiega Sandra, Don Lorenzo si schiera dalla parte dei poveri portandoli in casa sua ed insegnando loro ciò che studiava lui stesso.

I Milani nel 1930 si trasferirono da Firenze a Milano per questioni economiche; in questo periodo Don Lorenzo decise di frequentare il liceo classico fino alla maturità, dopodiché, invece di continuare l’Università come si aspettavano i suoi genitori, abbandonò gli studi per dedicarsi alla pittura.

I Milani erano atei ma di origine ebree; negli anni Trenta la madre fece battezzare i figli nella religione cattolica per salvarli dalle persecuzioni e nel 1942 ritornarono a Firenze.

Lorenzo Milani iniziò a frequentare il seminario e nel 1947 fu ordinato prete; era un uomo inquieto, che non si schierava su posizioni precostituite. Una volta diventato prete, il 7 ottobre fu mandato a San Donato in Calenzano dove scrisse un libro “Esperienze Pastorali” che venne censurato dalla chiesa perché raccontava la sua esperienza con il popolo più povero.

Il 7 dicembre 1954 accompagnato da Giulia e Elda venne mandato in esilio a Barbiana. Barbiana è una località talmente piccola che fino a due anni fa nelle cartine non era presente, è un paesino che si trova ai piedi di Monte Giovi situato in Toscana. Ai tempi di Don Milani la maggior parte della popolazione di Barbiana era analfabeta. Prima del suo arrivo i figli dei mezzadri, che erano come i servi della gleba ma con più libertà, andavano a scuola fino alla terza elementare, i più fortunati fino alla quinta elementare. Dopo aver finito il loro breve periodo di studio, erano costretti a pulire le stalle; i mezzadri, oltre ad essere poveri di soldi, erano poveri di parole, ne conoscevano dalle cinquanta alle cento.

Per Don Milani la parola è la chiave che apre tutte le porte. Per poter dare ai barbianesi un’istruzione, decise di costruire la scuola dotata di tutti i materiali necessari.

Prima di tutto a scuola si doveva andare per imparare, tutti si aiutavano a vicenda e nessuno rimaneva indietro; si imparava giocando e alla scuola di Barbiana l’alunno era al centro di tutto. Non c’erano verifiche, ma una sorta di prove di comprensione a cui Don Lorenzo non metteva voti, apponeva, invece, agli scritti dei commenti o piccoli disegni. Se capitava che qualcuno non capisse una cosa e non chiedesse di ripeterla, il maestro si arrabbiava tantissimo. All’inizio le famiglie non erano d’accordo a mandare i figli da Don Lorenzo, ma una madre riuscì a convincere gli altri genitori spiegando loro come era la scuola.

 Alcune volte Don Milani è stato paragonato a San Francesco perché ha rinunciato alla ricchezza della sua famiglia per pensare agli altri, soprattutto si è occupato dei meno ricchi.

Spesso a Barbiana arrivavano anche ragazzi bocciati nelle scuole di altre città; la scuola era frequentata da maschi e da femmine, durava dieci ore per 365 giorni, al punto che gli chiesero come facesse ad insegnare così bene, come faceva a far appassionare i bambini allo studio, “qual è la regola ?” Lui rispose: «Non c’è una regola, l’insegnante è colui che riesce ad intercettare il futuro nei suoi alunni». Di solito erano i ragazzi che, sentendo delle notizie o avendo delle curiosità, chiedevano spiegazioni a Don Lorenzo, il quale dalle domande ricavava il contenuto della lezione; oltre allo studio, si dipingeva e si intagliava il legno ed altri lavori. Don Milani diceva sempre: «non si studia per se stessi, ma per aiutare il prossimo.»

 A Barbiana si studiava di tutto, si è studiato per sapere e per inserirsi nel mondo esterno, come sintetizzato in una frase di Don Lorenzo “Bisogna essere di più, non avere di più”.  Oggi se si va a Barbiana si può trovare ancora la scuola con la scritta “I CARE”,cioè mi importa, mi interessa, e questa frase ha un bel significato specialmente se paragonata ai giorni nostri in cui non sempre ci si rende conto di quanto si è fortunati ad andare a scuola.

Era una scuola dove si imparava a pensare con la propria testa e il primo valore era l’amore a trecentosessanta gradi. Un altro valore trasmesso e che fu anche una tratto caratteristico di Barbiana è la Costituzione e i suoi diritti; a Barbiana si insegnava: l’uguaglianza, la democrazia, la forza, la solidarietà e, la cosa più importante, la libertà

La nascita della scuola in quel luogo cambiò profondamente il futuro dei ragazzi di Barbiana.

Scritto da:
Kinza A., Elena O., Sara Z.

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