Il prof. Moroni presenta agli studenti il fenomeno dell’emigrazione marchigiana

 Il giorno 29 novembre u.s. le classi terze della scuola secondaria di primo grado Patrizi di Recanati si sono recate  nell’auditorium dell’Istituto per ascoltare una conferenza sulla storia dell’emigrazione italiana tenuta dal professor Marco Moroni, storico e scrittore italiano che ha scritto e pubblicato circa 200 articoli di storia e 25 libri.

 

 Il professore ci ha spiegato che fin dalla Preistoria l’uomo si è sempre spostato per andare a trovare un posto in cui vivere meglio con la propria famiglia e poter avere un campo da coltivare. Anche nel Medioevo l’uomo si è sempre spostato. Marco Moroni però si è soffermato soprattutto sull’emigrazione avvenuta tra il 1875 e il 1975, periodo della grande migrazione italiana durata circa 100 anni. Ancora oggi le persone vanno all’estero per trovare lavoro; partono dall’Italia soprattutto i giovani, 120 – 130 mila all’anno ed ogni anno il numero aumenta sempre di un po’.

 Nel corso della storia gli italiani sono si sono sempre spostati, ma hanno incominciato ad emigrare maggiormente intorno al 1875 ed il fenomeno è diminuito intorno al 1975, quando sono state di più le persone che venivano nel nostro Paese rispetto a quelle partivano. Nel 1880 c’è stata un’ importante crisi agraria in Italia, anche a causa della concorrenza del grano americano che giungeva in Europa a seguito del miglioramento dei trasporti. Durante le emigrazioni ci si spostava nei paesi più “ricchi” come la Francia o la Germania ma soprattutto in America. Gli italiani infatti quando partivano dicevano di andare a fare l’“America” ovvero che andavano a fare soldi. Gli Stati più gettonati dell’America erano: gli Stati Uniti e l’Argentina. Partivano soprattutto i giovani più coraggiosi e intraprendenti, a volte partivano anche le ragazze, ma si trattava soprattutto di ragazzi.

 

Le persone che partivano non avevano sempre delle competenze specifiche. In questo periodo si incominciò anche ad andare ad Alessandria d’Egitto, considerata la New York mediterranea, vi andavano soprattutto le donne come balie. Negli Stati Uniti servivano molti dipendenti per la costruzione delle ferrovie e dipendenti per le industrie, in Argentina invece erano richiesti molti contadini per coltivare le terre incolte. Servivaono anche muratori per la costruzione degli edifici e dei grattaceli; inoltre si cercava manodopera per la costruzione della ferrovia che attraversava l’America del Nord congiungendo l’Oceano Atlantico con il Pacifico. Il lavoro che veniva affidato agli italiani non era ben retribuito e spesso si svolgeva in condizioni poco salutari o pericolose.

In Argentina a volte lo Stato regalava la terra agli immigrati a patto che la lavorassero. Molto spesso succedeva che alcuni italiani si inserissero nel nuovo Paese, ma la maggior parte non si sentiva a casa e cercava di diffondere le tradizioni della propria terra nel quartiere in cui si trovava.

Gli americani consideravano gli italiani piccoli perché bassi, neri perché avevano una carnagione più scura e sporchi per la mancanza di servizi igienici nelle loro abitazioni. In Argentina gli italiani si sentivano bene perché là c’era meno razzismo rispetto agli U.S.A., in cui a differenza dell’Argentina c’era tanto lavoro, ma anche tante più difficoltà, a partire dalla lingua: l’ inglese era più difficile dello spagnolo che era più simile all’italiano.

Chi partiva per arrivare negli U.S.A., la prima cosa che vedeva era la Statua della Libertà, poi si andava nell’Isola delle Lacrime (la Ellis Island) dove avvenivano i controlli dei passaporti e quelli sanitari e da dove gli italiani potevano o entrare e andare nel quartiere di Brooklyn, “Broccolì”, anche detta Little Italy, oppure essere respinti e quindi tornare in Italia. Una volta arrivato nel quartiere italiano ci si faceva dare una mano o da un parente o da un amico già lì, ma non sempre si veniva aiutati.

Per la costruzione dei grattaceli americani si ricorreva agli italiani, agli indigeni o pellerossa perché non avevano le vertigini. Gli italiani lavoravano anche nelle miniere, dove morivano di silicosi causata dal fumo del carbone che col tempo entrava nei polmoni e provocava gravi problemi al cuore portando alla morte. Quando scendevano in miniera gli italiani si portavano un uccellino perché se fossero arrivati in una zona piena di gas lo avrebbero capito dal fatto che l’uccellino, essendo piccolo, sarebbe morto sul colpo.

 

In tutte le città importanti come Los Angeles, Chicago, Buenos Aires c’era un quartiere italiano. Gli italiani erano malvisti dagli americani perché quest’ultimi erano convinti che ci fosse poco lavoro a causa loro; infatti, i nostri connazionali accettavano ogni condizione di lavoro. Gli italiani, nostalgici del loro Paese, incrementarono la domanda delle loro tipicità e così cominciavano a mangiare solo prodotti nazionali, a fare la pasta in casa, a produrre il vino perché non volevano la birra; inoltre non volevano sposarsi con le americane perché dicevano che esse avevano i grilli per la testa e si ritenevano al pari dell’uomo. D’altronde gli americani non capivano le famiglie italiane considerandole strane. Gli italiani non volevano ascoltare la musica americana che a loro pareva brutta, ma solo la musica di Caruso, di Beniamino Gigli considerata vera musica. Anche gli italiani reputati più duri piangevano ascoltando Beniamino Gigli cantare “Mamma”, perché pensavano alle loro mamme che si trovavano dall’altra parte del mondo. Si sentiva la mancanza anche della propria religione e dei proprio riti, così vennero costruite chiese cattoliche per potersi riunire e festeggiare ed osservare ricorrenze come il Natale, la morte di un amico o di un parente, la festa del proprio paese lontano, la nascita di qualcuno, la processione italiana, la festa del Ringraziamento, S. Paolo, e la Madonna di Loreto. Le chiese che erano già presenti in America erano dedicate a S. Patrizio ed erano state costruite dagli irlandesi, i quali capitava che trattassero male gli italiani, così quest’ultimi si rifiutarono di entrare in una chiesa loro ostile e accadde che anche chi non era mai stato in chiesa diede il suo contributo per la costruzione dell’edificio cattolico dedicato al proprio santo. Gli irlandesi trattavano male gli italiani perché a loro volta erano stati maltrattati dagli inglesi; gli italiani finiranno per essere ostili ai messicani.

 Assieme alla pizza, la pasta, i pomodori in scatola, l’olio, il vino, arrivano in America anche gli strumenti musicali suonati in patria. La fisarmonica e l’organetto vengono costruiti a  Castelfidardo e a Recanati e vengono poi venduti in America dove li comprano gli italiani. Un importante produttore e commerciante di fisarmoniche fu Paolo Soprani.

 

Capitava anche che gli ambasciatori americani si lamentassero perché alcuni italiani si mettevano negli incroci delle strade dove, per attirare l’attenzione, suonavano l’organetto con una scimmia sulla spalla e facevano chiedere la carità ai loro figli. Una volta ci fu una rapina in cui morirono due newyorkesi. Vennero incolpati subito due italiani, Sacco e Vanezetti, e furono processati senza prove certe, solo perché italiani e considerati violenti. La condanna fu la sedia elettrica; si capì che non erano colpevoli solo 80 anni dopo. Ci furono anche casi di italiani che si inserirono nel Paese d’immigrazione, come Fiorello la Guardia che fu il primo sindaco italiano di New York, anche se pure lui fu bersaglio di commenti spregiativi solo perché italiano.

Emigrare era costoso, il viaggio veniva finanziato da tutta la famiglia. Le prime persone che partirono furono quelle del Nord Italia, Piemonte o Lombardia. Il numero di italiani emigrati fu in cento anni di 26 milioni, nelle Marche 660 mila, ma coloro che non tornarono più furono 450 mila.

Scritto da:
Monica R.

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