Dopo altri incontri interessanti che la nostra scuola ha organizzato con diversi artisti, recentemente abbiamo avuto l’occasione di incontrare la scrittrice del libro “Fuori fuoco”, Chiara Carminati.

Hanno partecipato all’evento le classi terze che hanno letto il libro durante l’anno scolastico. L’autrice ci ha raccontato com’è nato il suo libro, quali sono state le difficoltà che ha incontrato durante la scrittura, come ha sviluppato la storia ed ha spiegato dettagli ed aneddoti  di alcuni aspetti del libro.

Chiara Carminati è una scrittrice italiana e vive a Udine; le è sempre piaciuto scrivere: il suo primo libro è stato “Il mare in una rima”, uscito nel 2000, mentre “Fuori Fuoco” è stato pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Bompiani. Non è stata lei a decidere di scrivere questa storia, ma la sua editor Beatrice Masini, che le ha proposto di scrivere un libro ambientato durante la Prima Guerra Mondiale che non parlasse dei soldati o comunque delle persone coinvolte direttamente nel conflitto. Doveva essere una bella storia, e a Chiara Carminati piace tutt’ora andarne in cerca. Secondo la scrittrice una storia è bella quando piace all’autore e ai lettori: non è una storia in cui va tutto liscio, ma al contrario, è entusiasmante se i personaggi incontrano delle difficoltà, degli ostacoli che non permettono loro una vita poi così semplice; devono essere superati e il modo attraverso cui ciò avviene incuriosisce e coinvolge il lettore, anche perché si creano situazioni verosimili e gli insegnamenti proposti possono essere utili per la vita. Inizialmente la scrittrice ha un po’ esitato nell’accettare la proposta, visto che la storia, e in particolare la Prima Guerra Mondiale, non è il campo di cui si occupa normalmente. Alla fine però ha deciso di accettare questa sfida, mettendosi in cerca di una bella storia e di informazioni, studiando libri, guardando foto. I primi tre mesi sono stati quelli un po’ più difficili, perché la scrittrice prendeva appunti su ciò che scopriva di nuovo, prima di iniziare ufficialmente la scrittura del libro: notizie di fatti, conquiste, vittorie, bombardamenti, ma anche abbigliamento, modi di pensare, dire e agire delle persone di quell’epoca, il loro stile di vita… Inoltre Chiara Carminati e Beatrice Masini desideravano da un po’ di tempo lavorare insieme e il libro “Fuori Fuoco” è stata l’occasione giusta. Il libro chiesto dall’editor doveva trattare di un argomento diverso rispetto a quelli classici della Prima Guerra Mondiale: una storia piace anche quando è unica nel suo genere. 

Scrivere un libro è molto faticoso, ma quando si finisce il proprio lavoro ci si sente sollevati e contenti: insomma, è una fatica ricompensata, una fatica “felice”, durante la quale però si possono avere dei momenti di crisi; non si sa come proseguire la storia, come andare avanti, ma poi, distraendosi per un po’ e rimettendosi al lavoro si superano anche questi inconvenienti. Per la scrittrice di “Fuori Fuoco” è piacevole non tanto scrivere il libro, bensì trovare una bella storia, che è comunque molto difficile. Dopo che ha accettato la proposta di scrivere il libro, ha iniziato a studiare libri e a guardare attentamente foto, per saperne di più riguardo la Prima Guerra Mondiale. Aver scelto una storia è stata un’impresa: avrebbe voluto raccontarne tante, per questo ha deciso di prendere delle parti di storie e di unirle insieme, cercando di creare un collegamento, una relazione tra di esse. Così ha creato un nuovo racconto, quello di Jolanda e Mafalda, che non parla di chi è andato a combattere, ma di chi è rimasto “fuori fuoco” durante il conflitto: sono le persone rimaste a casa, quelle che hanno subìto le conseguenze della guerra anche se non erano direttamente coinvolte, quelle che non erano nel mirino del nemico, che non c’entravano niente ma che sono state colpite lo stesso, perché alla fine la guerra la subiscono tutti. Jolanda e Mafalda sono dei personaggi inventati, anche se la loro vicenda è realmente accaduta a tante persone che invece sono esistite e che si sono ritrovate in una guerra che nemmeno volevano.

Il libro “Fuori Fuoco” non si concentra quindi sulla storia degli eroi della Patria, dei soldati o di chi era in guerra, ma vengono citati alcuni aspetti drammatici ed eventi (per esempio la Rotta di Caporetto e l’esplosione del deposito di munizioni a Udine), cosa  che fa incuriosire maggiormente il lettore riguardo il libro e la Prima Guerra Mondiale.

La cosa che colpisce di “Fuori Fuoco” sono sicuramente le foto: non si vedono. La scrittrice ha motivato questa scelta. Prima di scrivere il libro, ha guardato attentamente delle foto di quel tempo, attraverso alcuni libri che ha studiato; anche le immagini possono raccontare, oltre che le parole. Per esempio, la foto della camera del Re Vittorio Emanuele III: salta all’occhio il letto, molto piccolo, il che vuol dire che il re era basso; che dormiva da solo, visto che la stanza era piccola e sua moglie Elena veniva a trovarlo solo tre volte al mese; e che comunque, nonostante avrebbe potuto permetterselo, non viveva di lusso eccessivo. Era una persona onesta e che voleva farsi sentire vicino ai soldati che combattevano e soffrivano: per questo veniva anche chiamato “Re Soldato”. La sua residenza, Villa Linussa, si trovava a Martignacco: a Udine sarebbe stato troppo in vista e sarebbe stato più rischioso anche essere colpiti da un bombardamento. Il re partiva alle sei di mattina con la sua auto e tornava di sera: andava dai soldati al fronte. Una foto che ha colpito particolarmente Chiara Carminati, fra le tante che ha visto, è quella che ritrae alcune ragazze di quel periodo: una di loro si sta muovendo, quindi è venuta mossa, ma, visto che si tratta di una foto ricordo e visto che allora costavano tanto, non è stata buttata via come invece succede oggi. La foto rappresenta benissimo il libro “Fuori Fuoco”, perché essa stessa è fuori fuoco, è sfocata, non è messa bene a fuoco. Così sono tutte e tredici le immagini inesistenti che si trovano in ogni capitolo del libro.  

Chiara Carminati ha deciso di non illustrarle (lei non è un’illustratrice) ma di raccontarle attraverso le parole: inizialmente si trovavano all’interno della cornice dell’immagine, ma poi l’editore ha deciso di cambiare la loro posizione e di scriverle fuori. Le parole sono come delle istruzioni per immaginare in che modo possa essere rappresentato ciò che viene descritto e come sia fatto. Ma non tutti riescono a cogliere il significato della scelta di oscurare le foto: è capitato, soprattutto da parte di adulti, che a Chiara Carminati dicessero che nel libro c’era un errore (le foto non si vedevano). Questo senso di disorientamento ha colpito molto la scrittrice, perché non avrebbe mai pensato che addirittura qualcuno rispedisse indietro “Fuori Fuoco” per questo motivo. I ragazzi lettori non hanno invece notato questo errore, proprio perché non c’è: secondo l’autrice solo loro sono in grado di poter capire la sua scelta e di immaginare. Il libro è stato tradotto anche in francese da un editore svizzero e in giapponese: in quest’ultimo caso sono stati aggiunti degli acquerelli da parte di un illustratore, per orientare i giapponesi e far vedere loro la campagna italiana di oltre cent’anni fa, il Friuli, Udine, Martignacco, Grado…

All’inizio viene voglia di saltare le foto fuori fuoco del libro: la stessa scrittrice ha detto che non fa niente. Infatti le è venuta l’idea di queste particolari immagini solo mentre scriveva. Così nei primi capitoli le ha inserite dopo aver scritto la storia, mentre man mano che si va avanti con la lettura diventa sempre più importante guardarle e leggere la loro descrizione perché le ha create mentre scriveva: sono una parte del capitolo.

Come già detto, per studiare la Prima Guerra Mondiale Chiara Carminati ha consultato libri, foto e anche il diario del braccio destro di Re Vittorio Emanuele III, che scriveva tutto ciò che faceva il re durante la sua giornata. Alcuni aspetti possono essere noiosi, mentre altri interessanti. Il diario racconta in particolare di un episodio, che spiega bene il cambiamento radicale della condizione della donna. Mentre Sua Altezza stava percorrendo una strada di Pontebba con la sua auto, vide una contadina che stava falciando l’erba in un campo. Si trovava a circa duecento metri dal fronte austriaco, dove si stava combattendo. Il re disse alla donna che doveva andarsene di lì perché sarebbe stato troppo pericoloso rimanere vicino al luogo di battaglia; la contadina non si accorse che quello era Vittorio Emanuele III, perché aveva un abbigliamento militare, così rispose: “ la guerra la fanno gli uomini, mentre le donne lavorano”. Infatti durante la Prima Guerra Mondiale, le donne iniziarono a svolgere i lavori degli uomini, che erano stati chiamati al fronte. Inizialmente risultarono molto faticosi, ma le donne dovevano pur mantenere la famiglia e i figli. In campagna si lavorava nei campi, come nel caso della contadina, mentre nelle città si lavorava come operaie, postine, netturbine… In particolare il lavoro nelle fabbriche era importante, per fornire armi all’esercito. Anche dopo il ritorno dei reduci, le donne continuarono a svolgere i loro lavori: si sentivano più indipendenti, si erano abituate a questa nuova mentalità e ora volevano mantenerla. Inoltre quei pochi che tornarono dal fronte erano feriti gravemente, mutilati, impazziti e scioccati dagli orrori che avevano vissuto, non in grado di lavorare: significa una bocca in più da sfamare. Anche la mamma di Jolanda si accorge che la guerra porta conseguenze negative: Antonia e le due figlie rimangono da sole a casa, dopo che la loro famiglia è stata cacciata dall’Austria; si accorge che forse Domenico, Antonio e Francesco non sarebbero più stati quelli di prima, dopo aver vissuto cinque anni di guerra in condizioni terribili, o forse non sarebbero più tornati. È per questo che cercano sempre di avere notizie da Don Andrea, sperando che tutti stiano bene e che torneranno presto, anche se dovranno aspettare alcuni anni prima di rivederli. In realtà il libro si conclude con il ritorno di Antonio, Jolanda smette di raccontare ma la sua vita e la sua storia continuano. Anche la scrittrice stessa si pone delle domande e ipotizza come possa andare a finire la vicenda di Jole: Francesco, andato a combattere vicino al fiume Piave, ritornerà? E Domenico? Dopo la guerra, gli uomini non tornarono subito a casa: le loro famiglie dovettero aspettare mesi, anni, per rivedere i loro figli o mariti, senza sapere se sarebbero veramente tornati: alcuni erano feriti, altri non avevano i mezzi per muoversi. 

Il linguaggio adottato da Chiara Carminati nel libro riproduce quello del tempo e della campagna, disegna un po’ il contesto storico e sociale: non ha fatto apposta a utilizzare espressioni di questo tipo, ma è venuto spontaneo, perché lei scrive anche poesie e quindi ha sempre un linguaggio metaforico, poetico. Scrivere un romanzo è più difficile, sia perché è più lungo della poesia sia perché evocando troppe immagini contemporaneamente si crea confusione nel lettore. L’autrice ha scritto “Fuori Fuoco” in prima persona riuscendo così a calarsi meglio nel personaggio, come se  fosse lei stessa Jolanda, Mafalda, Antonia… Può capire se in quel preciso momento abbiano detto questa o quella frase come se i personaggi stiano parlando nella sua mente, come se esistessero realmente.

Jolanda, secondo Chiara Carminati, è un’eroina: è coraggiosa, determinata e onesta. Mafalda, la sua sorellina, è il personaggio che trova più sorprendente: è sveglia, ma parla nei momenti sbagliati e non sa di preciso come sia venuta fuori. Forse inizialmente era un personaggio inventato solo per utilità: la scrittrice ha inserito Mafalda per trovare un buon motivo per cui essere contenti del fatto di ritornare in Italia dopo che la famiglia di Jolanda è stata cacciata dall’Austria; poi questa nuova personalità, così divertente e vivace, prende una sua forma e accompagna sempre Jole. Lo stesso discorso vale per i fratelli Antonio e Francesco, che all’inizio rappresentavano solo i giovani che erano contenti dello scoppio della guerra e volevano arruolarsi volontariamente nell’esercito, per diventare eroi della Patria. Chiara Carminati vuole bene ai suoi personaggi, anche a quelli cattivi e negativi, in ognuno ha messo qualcosa della sua personalità. Durante il racconto, fa emergere e mette alla luce le loro vicende lentamente, scavando in profondità e cogliendo i loro aspetti e le loro caratteristiche.

L’unione all’interno di una famiglia come quella di Jolanda, di origine contadina, è necessaria per vivere: è una famiglia che si vuole bene e che si aiuta a vicenda, anche con gli altri. La scrittrice sottolinea infatti che all’epoca c’era più aiuto reciproco e sostegno vicendevole, per esempio Mafalda viene lasciata ai vicini di casa a Martignacco durante la permanenza in Austria; non può lasciare l’Italia perché non ha la licenza di quinta elementare ed è ancora troppo piccola per ottenerla: è per questo che molte famiglie, nonostante non avessero grandi disponibilità economiche, mandavano i loro figli a scuola fino a che non ottenevano la licenza, che sarebbe stata utile per andare a lavorare all’estero.

“Fuori Fuoco” dedica alcune pagine alla censura dei giornali e dei mezzi di comunicazione durante la Prima Guerra Mondiale. Vengono messe a tacere, spesso in modo violento, le voci di chi vuole la pace e non la guerra, come accade alla mamma di Jolanda, considerata traditrice della Patria e arrestata senza processo, così come tante altre persone. In particolare, il suo nome viene proprio da una donna, Antonia Fonzani, abruzzese: una maestra con una pensione a Grado. Un giorno incontrò un uomo che non conosceva e improvvisamente si misero a parlare della guerra: la donna rivelò di essere favorevole alla pace, capì solo dopo, quando venne arrestata, che quello sconosciuto era una spia che le aveva teso una trappola. Questa è la vicenda di una delle tante persone che vennero considerate traditori della Patria solo perché contrarie alla guerra: capitò soprattutto alle donne, portate via dalle loro famiglie, e ai preti, che dovevano essere attenti a cosa dire nelle prediche, altrimenti sarebbero stati anche loro arrestati.

L’unico aspetto musicale del libro è la canzone “Tu tramontis”, scelta dalla stessa autrice. Da quando l’aveva ascoltata per la prima volta le era rimasta nella mente e ha deciso di inserirla nella storia come una ninna nanna cantata da Antonio quando Jolanda era piccola. È un modo un po’ giocoso per liberarsi per un attimo dal pensiero della guerra. È cantata da un gruppo anni Novanta, ma già esisteva nel Cinquecento, quindi può essere fattibile che una persona della prima metà del Novecento la canti. Il testo è in friulano e non accompagnato da strumenti.

L’animale che accompagna Jolanda e Mafalda nel loro lungo viaggio verso zia Adele e nonna Natalia è un’asina, Modestine. La scelta non è a caso: l’asino è molto resistente, può portare carichi pesanti, è docile, è affettuoso e instaura relazioni con l’uomo. Chiara Carminati non ha scelto per esempio un cane, animale destinato invece a guidare i greggi o a fare la guardia alla propria casa. L’asino di una coppia di amici dell’autrice si chiama Modestine, quindi ha voluto dare lo stesso nome all’asina di Jolanda e Modestine.

L’incontro con l’autrice di “Fuori Fuoco” mi è piaciuto molto. Prima di tutto, è stata la prima volta che abbiamo conosciuto, anche se non in presenza, la scrittrice di uno dei libri che abbiamo letto scuola. È stato interessante sapere alcune caratteristiche del libro, in particolare il significato delle tredici fotografie grigie nei capitoli, e anche come un editore e uno scrittore svolgono il loro lavoro. Non sapevo che persino il titolo debba essere scelto dall’editore e non da chi scrive il libro, che sicuramente conosce meglio la storia. Mi ha colpito anche il fatto che il libro sia stato scritto in italiano, francese e persino giapponese, perché ciò significa che è molto letto, anche all’estero: una storia unica, raccontata da chi non fa la guerra, dovrebbe essere conosciuta da tutti, per capire come tutti, anche se non coinvolti direttamente nel conflitto, possano subire le sue conseguenze. È un racconto particolare e non ne ho mai letto uno simile, mi è piaciuto che sia narrato in prima persona da una ragazzina della mia età, come se fossi io in qualche modo a vivere le vicende di Jolanda. La frase in quarto di copertina credo sia molto significativa e sono d’accordo, perché le donne, pur non partecipando alla guerra, sono quelle che ne hanno subìto maggiormente le conseguenze, con il loro  enorme sforzo nel sostenere l’esercito e iniziando a lavorare.

Spero di incontrare altri scrittori/scrittrici di libri che leggerò, per capire come la bellezza di un racconto sia frutto di tanto impegno e saperne di più su questo mestiere, molto faticoso ma che molte persone svolgono con grande passione.

Scritto da:
Amanda M., cl.3A
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