Quando i migranti eravamo noi

Il 24 novembre il professor Marco Moroni, docente emerito di storia economica dell’Università Politecnica delle Marche, ha incontrato le studentesse e gli studenti delle classi terze della scuola “M.L.Patrizi” per far loro conoscere il fenomeno dell’emigrazione marchigiana. La settimana seguente le classi si sono recate in visita al Museo Regionale dell’emigrazione marchigiana, allestito presso il Museo Civico di Villa Colloredo Mels di Recanati.

Tra il 1875 e il 1975 circa tutta l’Italia fu investita da un intenso flusso migratorio,  a seguito delle varie crisi economiche che colpìrono l’intero paese.

Le persone emigravano principalmente in America settentrionale e meridionale e per un certo periodo anche in alcuni paesi europei. In questi cento anni partirono circa ventisei milioni di italiani; dalle Marche, regione molto colpita dal fenomeno migratorio, partirono seicentosessanta mila persone, che era un ingente numero, considerando che la popolazione totale marchigiana ammontava a circa un milione di abitanti. Partirono per cercare luoghi dove migliorare la propria condizione economica, data la situazione di miseria in cui si trova il Paese.

I migranti erano principalmente maschi giovani, coraggiosi ed intraprendenti, quindi la loro partenza costituì una grande perdita per i paesi, che si ritrovavano ad essere popolati maggiormente da anziani. Quelli che si trasferivano erano analfabeti, facevano i contadini, gli artigiani e il più delle volte, arrivati in America, si adattarono a svolgere le mansioni che gli americani non volevano accettare.

I viaggi costavano molto, quindi solitamente la famiglia o un gruppo di conoscenti pagava il biglietto per il maschio più promettente, che partiva per cercare fortuna e poi eventualmente per tornare ad aiutare i familiari. Le persone più povere si facevano pagare il biglietto da quello che sarebbe stato il loro datore di lavoro, per il quale avrebbero lavorato senza stipendio per mesi per riscattare il prezzo del viaggio; a volte questi riscatti si rivelarono delle vere e proprie trappole di cui alcuni nostri connazionali non riuscirono più a liberarsi rimanendo in uno stato di semischiavitù.

Si partiva soprattutto dai porti di Napoli e Genova, si saliva a bordo di transatlantici, imbarcazioni enormi, che contenevano migliaia di persone, le quali viaggiavano per un mese, spesso in condizioni pietose, tant’è che diverse di esse morivano o si ammalavano. La maggior parte dei marchigiani, essendo contadini, andavano in Argentina, dove venivano regalati campi, che spesso erano terreni aridi, pietrosi o comunque difficili da coltivare.

Generalmente si partiva per Paesi dove c’erano già altri connazionali, dando vita alle così dette catene migratorie. Si formarono quartieri italiani, dove si parlava italiano e si continuava a seguire il più possibile le tradizioni italiane. Molti di questi quartieri erano nelle città degli Stati Uniti. Prima di sbarcare a New York gli immigrati veniva trattenuti e controllati ad Elis Island, dove si sostava per quaranta giorni, trascorsi i quali si rischiava di essere rimbarcati e rimpatriati dalle autorità americane.

Gli italiani vivevano bene negli Stati Uniti, ma la loro integrazione non fu senza difficoltà. Gli americani li criticavano definendoli bassi, mori, sporchi, violenti, mafiosi. In concomitanza con il fenomeno migratorio iniziarono a riscuotere  successo le politiche contro gli italiani, anche perché la stampa metteva in cattiva luce gli immigrati. Tuttavia anche le ambasciate italiane dichiaravano che alcuni italiani non si comportavano bene,vendevano i loro figli, facevano prostituire le loro mogli e chiedevano la carità.

I figli degli italiani iniziarono ad andare a scuola e gradualmente ad imparare la lingua del paese d’immigrazione e ad integrarsi.

A Recanati, in ricordo dell’emigrazione italiana, è stato istituito nel 2013 il Museo Regionale  dell’emigrazione marchigiana, fortemente voluto dai nostri connazionali all’estero, i quali hanno fornito la maggior parte dei materiali e dei documenti esposti.

Il museo è costituito di documenti scritti, iconici, documenti materiali ed utilizza strumenti multimediali e digitali. Si trova nel seminterrato di Villa Colloredo.

Al piano terra dell’edificio,  si è introdotti alla visita  da tre gigantografie d’epoca che rappresentano la vita in campagna, la vita dei pescatori e un mercato di mucche. Segue poi una stanza allestita con oggetti domestici che raccontano le condizioni di vita vissute nelle case da cui si emigrava: un ferro da stiro, un macinino, uno scaldaletto, ecc.

Prima di scendere nel vivo del museo, in un vano, sono raccolti documenti scritti delle persone partite, si tratta di carte d’identità, di lettere di coloro che già erano emigrati e suggerivano cosa portare a chi era in procinto di partire. Accanto alle lettere sono disposte delle valigie di cartone o sacchi di juta, in cui si deponevano le poche cose che si portavano con sé. Prima di giungere nel seminterrato, si scende una scalinata  sulle cui pareti sono state riportate frasi commoventi che restituiscono i pensieri e lo stato d’animo di chi si apprestava a partire.

 Ai piedi delle scale ci si trova davanti ad un treno nel quale si aprono tre finestre e in ognuna di esse da un display appaiono degli attori che raccontano storie vere, storie di persone realmente emigrate, come quella di un minatore che era andato in Belgio e, dopo avervi rischiato la vita, ritornò nel proprio paese.

Vicino al treno sono esposti manifesti di compagnie di navigazione; appesi ad una parte si vedono cappelli sui quali sono cucite delle etichette di ferro, che servivano da segno di riconoscimento, consentendo a qualche migrante di eludere i controlli. In fondo ad un corridoio è ricostruita una cuccetta che vuole ricordare il momento del viaggio attraverso l’Oceano.

Proseguendo per la sala si notano sulle pareti del museo enormi immagini molto suggestive dei campi; si arriva ad un tavolo con uno schermo interattivo, dove si possono visualizzare le fonti storiche del fenomeno migratorio italiano, quali foto, lettere e permessi. In mezzo allo stanzone ha grande risalto una fisarmonica, che qualche migrante ha voluto portare con sé nonostante lo spazio ridotto in valigia, per continuare  a seguire la propria passione per la musica e tutto ciò che essa si porta dietro: il ballo, le canzoni, le feste e la convivialità.

Nell’ultima stanza si trova un grande schermo, che permette di visualizzare i nomi degli emigrati italiani ricercati attraverso un sito specifico.

Il museo è molto ricco di storie, di materiali, di informazioni e se si desidera scoprirli e conoscerli in modo completo è necessario tornarvi più di una volta.

Andrea C., Kiara K., Matteo P., Tommy V.

(Il reportage fotografico è a cura di Paola D. e Alessandra S.)

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